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Umberto Eco distingueva tra rumore e mormorio.

Il rumore è una forma di censura perché il caos informativo nasconde le notizie importanti dando spazio a quelle irrilevanti e questo processo porta inevitabilmente alla disinformazione.

“Internet, naturalmente, rappresenta, senza intento di censura, il massimo rumore mediante il quale non si riceve nessuna informazione”. Eco lo scrisse nel 2009 nella sua rubrica sul settimanale L’Espresso ed è una riflessione ancora attuale.

Al rumore Eco contrappone il mormorio che, però, ha bisogno di una precondizione: il silenzio. Senza il silenzio (cioè, senza rumore) non si percepisce il mormorio.

“Gli editori – dice Eco – sanno che i libri che sono diventati best seller non lo sono diventati per la pubblicità o per le recensioni, ma per un termine che in francese si dice bouche à oreille, in inglese si dice word of mouth, in italiano si dice passaparola”.

In questo senso “il mormorio è l’unico fondamentale e attendibile mezzo di comunicazione”.

Ma Umberto Eco era un intellettuale (e che intellettuale!), legato a un tipo di comunicazione analogica e, pur essendo tutto vero ciò che ha scritto, occorre togliere al rumore lo stilema negativo e considerarlo una strategia di comunicazione come è quella del mormorio.

Sono due modi di “esserci” che possono essere usati sulla base degli obiettivi e il target che si intende raggiungere.

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