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La giornata contro la violenza sulle donne, il 25 novembre, è stata, dal punto di vista della comunicazione, un fallimento.

L’ennesima occasione persa che ha dato la possibilità a imprese, istituzioni (oltre ai movimenti femministi, opinion leader, scrittori, cantanti e umanità varia) di strumentalizzare un dramma sociale per esibire i muscoli intellettuali e dimostrare di “stare dalla parte giusta della storia”. Ma effetti concreti, cioè un calo degli abusi sulle donne in seguito ad una maggiore consapevolezza del problema, non ce ne saranno.

Se si vuole davvero combattere questa terribile piaga sociale non bisogna parlare a chi gli abusi, per cultura, ceto sociale, qualità dell’istruzione, non li commette, ma a chi potenzialmente li potrebbe commettere. Occorre parlare a quegli uomini che non leggono i giornali, non guardano la Tv, non sono iscritti ai social se non a Instagram (forse) e che vivono separati dal mondo, in un microcosmo non raggiunto dall’informazione.

Bisogna parlare agli uomini meno istruiti, meno socializzati, che hanno viaggiato meno, che non leggono e che non incontrano persone se non nella ristretta cerchia familiare o lavorativa. Sono loro i destinatari della comunicazione, perciò bisogna raggiungerli nei luoghi, anche informativi, che frequentano, che non sono le mostre patinate dei centri storici e nemmeno eleganti post su LinkedIn e, soprattutto, non sono i pensosi convegni con “illustri ospiti”, in genere i soliti giornalisti “indignati speciali” per qualunque cosa (e, quindi, per nulla), che si flagellano “a nome di tutti i maschi”.

Bisogna andare a parlare nei luoghi di ritrovo degli uomini più a rischio di femminicidio e basterebbe prendere i dati dell’Istat e quelli del Ministero dell’Interno per scoprire qual è il target della comunicazione e dove intercettarlo. Tutto il resto è un triste show.

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