Come si deve comportare la comunicazione aziendale in tempo di guerra? Anzi, di guerre?
Durante la II Guerra Mondiale la Coca-Cola ha sposato il patriottismo come valore-guida. La Ford comunicò la propria capacità produttiva pubblicizzando l’avvio della costruzione di carri armati. Per non parlare della Disney e i suoi film di propaganda per convincere gli americani a comprare le obbligazioni statali per finanziare lo sforzo bellico.
Oggi tutto questo è impensabile, prima di tutto perché il sentimento patriottico è un tasto diventato intoccabile, e poi non a tutti è ancora chiaro chi sia il buono e chi sia il cattivo. Inoltre, ovviamente nessuna impresa industriale penserebbe mai convertire la produzione civile in bellica e meno che mai di comunicarlo. Più probabile che la potenza produttiva hollywoodiana ci regali, da qui a qualche tempo, un paio di film epici sugli sforzi dell’Occidente per difendere la pace.
Ma tutte le altre imprese è bene che continuino a tenersi lontanissime da qualsiasi riferimento ai conflitti in corso anche se questo vuol dire rinunciare a sfruttare il trend algoritmico. Dovrebbero sospendere campagne troppo “leggere”, in contrasto con il tempo presente, con ciò che la gente vive e non comunicare nemmeno qualsiasi azione concreta di supporto ai dipendenti coinvolti.
Inoltre, bisogna evitare che il proprio banner compaia accanto a immagini di bombardamenti o vittime evitando nel modo più assoluto di ricondividere notizie non verificate. In ambito finanziario è, invece, utile cercare di diventare un punto di riferimento per dati certi sull’impatto economico del conflitto sui mercati. Per tutti gli altri, meglio tacere, anche per un giusto senso di rispetto per le vittime. Da tutti i fronti.