Quella australiana sembrava un’eccentricità, ma adesso che anche Paesi come Spagna e Francia pensano a leggi più dure per vietare (o subordinare al consenso dei genitori) i social a chi ha meno di 16 anni, la questione diventa seria. Anche perché lo stesso intendono fare la Gran Bretagna, la Norvegia, la Grecia, la Danimarca, l’Olanda e, con alcune differenze, gli Usa.

Le conseguenze sono serie perché non stiamo più parlando di “consigli”, di “filtri famiglia” o di “educazione”, ma di un vero e proprio ban legale che obbliga le piattaforme a ripensare sé stesse e le aziende a ripensare a come comunicano.

Il primo impatto le aziende lo vedranno sul “Lifetime Value” (LTV): i social hanno sempre puntato ad acquisire l’utente il prima possibile (spesso già a 13 anni) per “addestrare” l’algoritmo sulle sue preferenze e mantenerlo fedele per decenni. Bloccare l’ingresso fino ai 16 anni significa perdere tre anni cruciali di raccolta dati e di fidelizzazione psicologica. Inoltre perdono la generazione Alpha (post 2010), una fascia importantissima di fruitori di messaggi pubblicitari (e di “influencer” della spesa familiare).

Sempre le piattaforme dovranno implementare sistemi di verifica dell’età estremamente sofisticati e il problema non è tecnico, ma psicologico: troppe complicazioni rischiano di allontanare anche gli utenti adulti preoccupati per la propria privacy.

E per le aziende? Il primo effetto è lo spostamento dei budget pubblicitari verso piattaforme alternative come il gaming (Roblox, Fortnite) o newsletter e podcast privati. Vedranno anche in parte sfumare gli sforzi e gli investimenti fatti nel passato per creare un proprio linguaggio per la Gen Alpha sui social più “giovanili”.

Infine, c’è un rischio reputazionale: se il divieto viene imposto per motivi di salute mentale, le aziende che insistono con messaggi aggressivi potrebbero essere percepite come “complici” del clima dannoso per il benessere digitale anche degli adulti.

Ad avvantaggiarsi di questo scenario sono i prodotti editoriali di qualità, controllati e verificati che diventano molto più sicuri e appetibili per i brand rispetto al caos dei social aperti. Ed è possibile che torni al centro della comunicazione il sito proprietario che non dipende da algoritmi decisi da altri, lascia più libero il brand di esprimersi con il proprio tono di voce e favorisce una comunicazione più vera e sincera perché non occorre più snaturare il ToV aziendale per adattarlo alle esigenze del ToV del social. Tutto sommato non sono brutte notizie.

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