A chi parlano i comunicatori quando parlano?

È una domanda fondamentale che spesso viene sommersa da una montagna di algoritmi, KPI e AI. Ma se alla base di ogni strategia di comunicazione non ci si pone questa domanda, qualsiasi azione successiva risulta afona. Quindi: a chi parliamo quando parliamo?

Ovviamente, le risposte cambiano in base a mille variabili, ma c’è una risposta universale, cioè che vale sempre, per tutti e in ogni luogo. La risposta l’ha data il filosofo (e logico) austriaco Ludwig Wittgenstein nei primi anni del secolo scorso: “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”.

Il mondo di chi ascolta (e di chi parla) è delimitato dal linguaggio che è in grado di usare.

In questo senso sono impressionanti gli ultimissimi dati Invalsi (il 50% degli italiani ha problemi ad esprimersi e a capire un testo), confermati, ogni anno, dai dati Ocse sull’“analfabetismo funzionale” nei Paesi più industrializzati del mondo che vedono l’Italia tra i primi posti in graduatoria.

Se chi ascolta un messaggio ha un mondo limitato dalla capacità di usare il linguaggio del quale dispone, i messaggi che inviamo vanno “tagliati” su quel mondo e su quel linguaggio utilizzando lo stile comunicativo del mezzo utilizzato per diffonderlo.

La frase di Wittgenstein spiega perché, per esempio, l’aumento delle vendite dei quotidiani, che restano il miglior modo di approfondire le notizie e capire il mondo, appunto, non avverrà mai se, da una parte, non si dilata il mondo dei lettori (ovvero: il loro linguaggio ed educazione) o se, dall’altra, non si abbassa il mondo dei giornali, cioè il loro linguaggio (ovvero, imbastardendoli).

Che cosa scegli?

CONTATTACI! WhatsApp