La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha passato il Rubicone.
Dopo le parole del presidente della Repubblica al Csm, il presidente del Consiglio si è trovata ad un bivio: incassare la reprimenda, abbassare i decibel e cercare di riportare la rissa entro i confini di una discussione sul merito oppure insistere sulla “magistratura politicizzata”, la “degenerazioni delle correnti” eccetera.
Ha evidentemente scelto la seconda strada. Quando, pochi giorni dopo che Mattarella ha presieduto, irritualmente, il plenum del Csm, Giorgia Meloni ha denunciato i giudici politicizzati che hanno condannato l’Italia a rimborsare Carola Rakete, non stava parlando agli italiani, ma stava rispondendo a Mattarella raccogliendo il suo guanto di sfida.
A questo punto il referendum non è più sul merito (quando mai lo è stato? Anzi, quando mai i referendum costituzionali lo sono stati?) e nemmeno tra destra e sinistra, ma tra il vecchio e il nuovo. Attaccando il capo dello Stato la Meloni ha spostato il dibattito profondo, sotterraneo, che non si vede ma definisce le vere strategie, in un confronto tra lo status quo e la riforma, in questo caso della giustizia.
Oltre a Mattarella, dalla parte della conservazione c’è certamente l’opposizione parlamentare (unita, come sempre, non sul da farsi ma su cosa non è da farsi), ma anche tutti coloro che in Italia godono dei benefici di un sistema bloccato, non meritocratico, falsamente dinamico, insomma, di tutti coloro che godono dei benefici di procedure opache nello svolgimento dei loro incarichi pubblici o della loro professione. Con il fallimento del referendum, potranno dormire sonni tranquilli perché cambiare qualsiasi cosa d’ora in poi sarà impossibile.